Francesco Acerbis, Plage de Montiers, Erquy, luglio 2018

… dove la vita è alleanza

L’evangelista Marco per parlare del deserto spende solo due versetti e una manciata di verbi.

Gesù sbuca fuori dal silenzio di trent’anni e si presenta, nel deserto, solo. Faccia a faccia con il proprio io e con Dio. Faccia a faccia con i poteri del mondo. Dove avrà imparato a stare con le bestie selvatiche? Dall’immaginifico sognatore Isaia che vede “il lattante trastullarsi sulla buca dell’aspide e il bambino mettere la mano nel covo di serpenti velenosi” (Is 11,8)? Perché no?

Osserviamo il bambino della foto: nel suo candore gioca con un aquilone: davanti al male il bambino che fa: gioca! Non vede il male. Vede la vita e la vive con beatitudine. È per questo, dunque, che Gesù – come un nuovo cucciolo d’uomo – è sospinto nel deserto? Imparare a rigettare il male e scegliere il bene. Imparare a convivere con il male (a contenerlo, tenerlo-con-sé): questa è la prova del deserto. Conosciamo la simbologia dei quaranta giorni e del deserto ma ad occupare la scena è lui, il Tentatore. Si mette in mezzo, gioca la carta diabolica del dividere, mettere tutti contro tutti, padre contro figlio e figlia contro madre, l’io contro il noi, l’uomo contro la terra, l’uomo contro Dio. La sua non è una separazione generatrice (cielo-terra, maschio-femmina) ma una divisione scismatica, mortale. Sul palcoscenico del mondo l’assente è Dio. L’unico che dovrebbe esserci non c’è. In quel niente di sabbia all’aria aperta il Padre tace lasciando solo il figlio a vedersela con i propri fantasmi e le proprie paure. Di più: con il dubbio e l’angoscia. Sarà così anche nel deserto-giardino del Getsemani: dov’è il Padre? E nella foto dov’è il padre del piccolo che incurante di tutto fa la mossa giusta del mettersi a giocare? Beh, sta scattando la foto, non è assente. Il tentatore mette in dubbio la credibilità del legame originario, vuole avvelenare la qualità graziosa di quell’alleanza che Dio continua a firmare, convertendo l’arco di guerra in uno splendido arc-en-ciel (arcobaleno). E torna il bambino sulla spiaggia. Sì, perché bisogna tornare bambini per credere che un padre non può tradire né lasciarti solo. Adesso s’intuisce l’insistenza di Gesù di tornare bambini come condizione per entrare nel regno. Adesso sì che è tutto più chiaro. O quasi.

Se liberiamo le tentazioni dall’improponibile lezioncina ascetico-devozionale (resistere, resistere, resistere) forse riusciamo a cogliere il punto. Marco non ci dice che cosa sono, le tentazioni. Gesù è tentato da Satana. La tentazione è dubitare del Legame o dell’Alleanza. Stiamo leggendo una pagina di Genesi: come Adamo ed Eva, Gesù è il figlio chiamato a reggere la prova, respingere al mittente il dubbio che il Padre sia totalmente indifferente a lui, alla vita, alla creazione, al mondo, alla storia. Non abbiamo a che fare con un Dio orologiaio o burattinaio: nella sabbia del deserto è scritto a prova di vento il più grande atto di fiducia che si conosca. Mantenersi con fiducia nel legame, credere che la vita meriti il cimento della libertà, vivere il mistero insondabile di Dio (anche per Gesù Dio rimane mistero, forse enigma) non come assenza o iattura ma come prova provata della tenuta dell’alleanza. Semmai, se qui ci dovesse servire una fede, ebbene è quella che Dio (il padre) ha nel figlio Gesù. Anche Dio potrebbe essere tentato di non credere nell’uomo? Il Tentatore sa il fatto suo.

Solo l’avvento di un figlio che ha il sapore del futuro, scruta l’orizzonte, guarda il mare e non si guarda le spalle è la risposta: non preoccuparti cucciolo d’uomo, tu continua a giocare, a meravigliarti, ad assaporare la vita, “l’unico miracolo a cui non puoi non credere” (Cristicchi), a gustare a piene mani la bellezza della terra. Lascia che il cielo si guadagni la fiducia dell’aquilone. L’Alleanza tiene. È in mani salde. Quelle di un figlio-arco tra il cielo e la terra.